25 Novembre: insieme per combattere la violenza sulle donne




Il mio è un mondo fatto di donne, il mio lavoro si rivolge principalmente a loro; tutti noi abbiamo figure femminili di riferimento come una madre, una sorella, una figlia, una amica, ogni giorno incrociamo gli sguardi di decine di donne sconosciute con cui interagiamo per un attimo o poco più. Diamo per scontato che le donne della nostra vita e di questi incontri fugaci stiano bene, che i loro problemi siano magari come i nostri, a volte banali, a volte complicati, ma lontani dagli abusi e dalle violenze che nelle news quotidiane ci fanno rabbrividire. Eppure potrebbe non essere così e questo periodo potrebbe risultare, per una di queste donne che sfioriamo ogni giorno, il periodo più difficile della sua vita. Da quando la pandemia ha costretto milioni di persone nel mondo a limitare spostamenti e spazi, la violenza all'interno delle mura domestiche è esplosa in una silenziosa emergenza che coinvolge donne e bambini, una emergenza che se prima di quest'anno era gravissima, adesso risulta pericolosamente inarrestabile a causa dell'isolamento forzato. Un isolamento fisico in grado di abbattere l'ultima difesa della vittima, quella boccata di aria, di libertà e di normalità che il lavoro quotidiano porta all'interno di una realtà inimmaginabile. Costrette in casa con un familiare abusivo, le donne vittime di violenza nel 2020 sono più invisibili che mai.

A questo mio mondo al femminile, fatto di ragazze, clienti, amiche, posso offrire il mio intimo e umile contributo. Ti chiedo scusa, se tu che stai leggendo mi hai incontrata e hai parlato con me come se niente fosse, mentre dentro soffrivi e stavi male. Scusami se non ho percepito quello che nascondi, scusami se ti sono sembrata lontana o indifferente. Vorrei dirti che anche io e tantissime altre donne, ogni giorno dell'anno e non solo oggi che mi rivolgo direttamente a te, possiamo ascoltarti: rompi il silenzio. L'amore può essere tante cose, ma non violenza psicologica, verbale, fisica.


Vorrei anche sottolineare l'importanza di realtà che quotidianamente si preoccupano e agiscono per donne e bambini che sono vittime di questa anormalità, perché di questo parliamo, nell'accezione più negativa e pesante del termine. Prima ho parlato di donne che sono punti di riferimento: la Dottoressa Roberta Beolchi lo è con la sua Associazione Edela, una organizzazione no profit che ha deciso di occuparsi di uno degli effetti collaterali emotivamente e giuridicamente più complicati e gravi della violenza sulle donne: il sostegno agli orfani del femminicidio e alle persone che decidono di occuparsene. Colpiti nel modo più atroce, i bambini che Edela prende sotto la sua ala sono soggetti alla violenza nel passato, al dolore nel presente, all'incertezza nel futuro. Si parla di bambini che hanno perso entrambi i genitori in maniera traumatica, che devono affrontare un percorso terribilmente incerto, spesso solitario. L'Italia, come dice Roberta in una intervista su Donna Moderna, non è ancora in grado di offrire una tutela completa per questi figli. C'è bisogno di una rete di sostegno solida, che compensi lo Stato lì dove è più debole la sua presenza: nella tutela economica, nell'assistenza legale, psicologica e quotidiana, nella semplice manifestazione di solidarietà con il passaparola.

Faccio parte dell'Associazione Edela da un anno e ho visto con i miei occhi l'energia incredibile e la tenacia che Roberta e gli altri membri dell'associazione tirano fuori ogni giorno per lavorare con le, purtroppo, decine e decine di bambini che in Italia sono rimasti vittime della violenza e del femminicidio. Ho visto, da iscritta, un lavoro costante e intenso, così come ho visto, da amica intima di Roberta, il suo spendersi anno dopo anno per far funzionare qualcosa in cui crede, completamente centrata sul suo obiettivo. Una donna capace di smuovere le cose e, soprattutto, una amica che mi mostra ogni giorno che la differenza si può fare.


Passate parola. Rompiamo il silenzio.

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